Iris

Quando sei su un treno in corsa la prima cosa che fai è guardare fuori dal finestrino. La confusione degli elementi di quel mondo, attraverso il vetro, ti dona un brivido. Astrazione. Possibilità repentina di fluttuare nel caos delle cose. I pensieri scorrono limpidi, senza redini. Sei nel tuo regno, con lo sguardo perso nel vuoto. È tutto ciò di cui hai veramente bisogno. Ti chiedi come sia possibile raggiungerlo, quel vuoto, attraverso la fusione degli oggetti piuttosto che mediante la loro eliminazione. Questo stato di incosciente beatitudine dura fino a che qualche essere umano non rompe il vetro. Ti guardi attorno, ti rendi conto di averla già vista da qualche parte. Poi la osservi meglio. No, non l’hai mai vista. Ma hai certamente incontrato qualcuno che le assomiglia. Ti accorgi che anche nei suoi occhi c’è il vuoto, non riesci a specchiartici.

La vedi salire sul treno con la sua bambina, non ci fai caso. Sei troppo occupata a seguire il flusso dei tuoi pensieri. Il tuo cervello la registra come una zingara qualunque. Zingara, mendicante, slava. Sono tutti sinonimi. Tutti volti a sottolinearne l’errore.

Si siede di fronte a te con la bambina sulle gambe e tu continui a ignorarla. Tu occupi due posti: uno per te, l’altro per la borsa. Di tanto in tanto le tue narici sono catturate da un odore di vecchio, di stoffe consunte, di materiali scadenti, probabilmente mai lavati. Continui a non guardarla, ma s’insinua nel tuo mondo. Ci riesce. Sbuffi. Ti concentri sul movimento incessante dei vigneti che ai tuoi occhi divengono un unico fascio di colori infranti dai raggi della luce dorata del sud.

- Questo treno arriva San Severo?

Adesso non puoi più ignorarla: tanto lo sai dove arriva questo treno, ci sei salita un’infinità di volte per andare a trovare tua cugina.

- No, si ferma a Barletta
- Allora scendo Trani, a Barletta polizia

Guardi la bambina. Stringe a sé un orsacchiotto di pezza con uno spacco sul petto che lascia intravedere ciuffi di lana di un colore diverso, come se qualcuno gli avesse fatto un’operazione a cuore aperto, dimenticandosi di ricucirgli la pelle.

Gli occhi spalancati e curiosi della piccola, così diversi da quelli di sua madre, parlano la lingua della paura. Pensi: Che colpa hanno i bambini? Cosa centrano loro con le disgrazie degli adulti? Perché devono capitare tra le mani di certa gente?

- Chi te l’ha dato quello? – le domandi, sforzandoti di sorriderle
- Una signora, ce lo ha dato una signora – risponde la madre.
- È tuo figlio? – chiedi alla piccola, ignorando completamente la voce stridula e tremante della donna.
- Sì.
- È presto per fare figli – ribatte mamma zingara, poi inizia a farti domande – e tu, sposata?
- No, io no. Non sono sposata e non ho figli.
- Quanti anni hai?
- 23.
- Io 26.

Una scheggia s’insinua nella tua pancia, qualcosa si muove nel tuo corpo. Qualcosa che ti accomuna a quella donna. Terribile: le avresti dato 40 anni.

- 26? – le domandi, incredula
- Sì, 26 anni. Io no mangiare. Mio marito picchiare. Io no trovare più casa. Niente lavoro. Io disperata.

Comincia a piangere. Non sai se crederle o mandarla a quel paese, come fai sempre con le zingare: cercano solo soldi! Eppure qualcosa nel tono della sua voce, nelle rughe sulla sua pelle, qualcosa ti convince a crederle. Taci. Ascolti.

- Io lavorare in campagna, mio marito picchiare me, non pagare. Poi andato via con nera, giovane. Io chiesto soldi per mangiare bambina. Lui picchiato me. E poi lei.

Così dicendo solleva gli stracci sgualciti che le coprono la schiena e ti mostra nella sua rattrappita nudità, i segni di quelle percosse. Sono profondi, scavati, sembrano ferite fresche. Immagini il sangue. Ne senti l’odore. Lo vedi sgorgare dalla sua pelle. Poi torni indietro con la mente. Taci. Dici ai tuoi pensieri. Questa non è una storia immaginaria. Questa è la realtà.

- Tu credi in Dio?
- No – rispondi, poi ci pensi un attimo – cioè non nel Dio in cui credono gli atri. Tu?
- Io sì. Io tutti i giorni pregare.
- Sei cattolica?
- Ortodossa.
- E in chiesa non ci puoi andare?
- Sì, ci vado. Ma loro sempre dire me tornare domani, oggi niente cibo. Tornare domani, oggi niente vestiti. E io senza vestiti non lavorare, perché nessuno mi crede.
- Non ti credono perché hanno paura. La gente fa così perché ha paura, perché pensa che siete violenti.
- Mio marito violento, io no. Io buona.
- Di dove sei?
- Romania.
- Ma perché sei venuta qui? Non lo sapevi che non c’è lavoro?
- No, non sapevo. Lì tutti poveri. Noi vivere in casa di mia madre, otto persone. Niente acqua. Io venuta qui con mio marito. Lavorare in campagna. Ma lui cattivo. Picchiato me e bambina.
- Gli uomini sono cattivi.
- Anche qui?
- Non come da voi, ma sono cattivi anche qui.

Lo dici prendendole le mani. Non sai da dove venga quella forza che ti riempie i polmoni, il viso e gli occhi in quel momento ma la senti. Scorre nel corpo come poco prima scorrevano le immagini. Per un attimo pensi che potrebbe avere i pidocchi. Poi te ne freghi. Chiudi gli occhi e le stringi forte le mani. Forse troppo forte, tanto che lei si ritrae. Pensi che abbia paura del contatto fisico. Guardi fuori dal finestrino. Sei a Bisceglie. La prossima fermata è la vostra.

- Ascolta, tra un po’ devo scendere. Non ho soldi, altrimenti te li avrei dati. Ho un biglietto, però: tieni, dovrebbe bastarti fino a San Severo.

Lei ti guarda, con quel vuoto in cui non riesci a specchiarti. Non vuole soldi. Non vuole nulla. Allunga le mani per porgerti un oggetto. È un libro. Non lo apri. Prendi il dono con un po’ di timore. Immagini sia la Bibbia, o qualcosa del genere. Non t’importa molto ma lo accetti. Vuoi restituirle la dignità di essere umano, quella dignità che troppe mani hanno estirpato.

Il treno si ferma. Scendi. Vi guardate da lontano finché il treno scompare.

Piove. Ti siedi su di una panchina al coperto. Aspetti un tuo amico. La pioggia batte sempre più forte. Le pozzanghere si riempiono. Ti ci specchi. Aspetti. Aspetti. Il tuo amico non arriva. Così apri la borsa. Prendi quel libro dalla copertina rigida, consumata. Ci soffi sopra per liberarlo dalla polvere. Lo apri. Con tuo grande stupore noti che è vuoto. Un libro completamente vuoto. Lo sfogli prima piano, poi sempre più veloce, sempre più spedita. Le pagine ti scorrono sulle dita graffiandoti la pelle. Nulla. Neppure una lettera, un disegno, uno scarabocchio. Nulla. Non capisci a cosa possa mai servire un libro completamente vuoto.

Senti il ticchettio delle lancette. L’orologio segna le tre. Avvicini la mano destra al labbro, affondi l’unghia dell’indice tra l’arcata superiore e quella inferiore. Inizi dagli angoli, con cautela. Dopo qualche minuto non hai quasi più unghie. Smettila! Dici a te stessa. Sostituisci le unghie col tappo di una penna nera. Lo riduci in brandelli. L’inchiostro ti sporca la lingua. Senti un richiamo. Una spinta fortissima mai provata prima. Inizi a scarabocchiare quei fogli. L’inchiostro si diffonde senza coinvolgere la tua volontà. Le forme iniziano a danzare. Sono vortici, stelle, ghirigori, poi volti, sguardi, occhi. Sono gli occhi di quella creatura, ora non più zingara né straniera ma semplicemente donna. Non avevi mai disegnato prima. Senti di non poterti più fermare. La tua volontà è completamente stregata da quei fogli. Li riempi rapidamente uno dopo l’altro. Disegni. Parole. Dialoghi. La stessa forza sovrannaturale che hai provato sul treno, si impossessa di te ancora. Cadi in un vortice. Inconsapevole. O forse partecipe di una coscienza che ti trascende. Scrivi la sua storia, scrivi ciò che ti ha narrato. Racconti i suoi occhi e il suo corpo infelice, ma ogni volta aggiungi ciò che manca, ciò che le manca. Le dai un nome: Iris. È un nome che ti parla di favole antiche, di personaggi ai confini tra mondo e magia. È il nome di una donna malata, incontrata per la prima volta tre anni orsono in un racconto di Herman Hesse. Una donna fragile chiamata come un fiore. Ricordi: quell’Iris non morì mai, la sua fragilità fu la sua forza. La sua malattia svanì nel vuoto come nebbia e il suo spirito divenne immortale.

Anche l’Iris a cui hai dato vita in queste pagine non può morire, ma non ti basta: lei non può più provare dolore, soffrire fame e sete, sentire il freddo pungente infilarsi nelle ossa, la notte, quando si accascia nei casolari abbandonati, sperduti tra gli uliveti. Non può perché lei è una dea. Ciò che ha vissuto non era che una prova. Oltre un certo livello di dolore si diventa invulnerabili. Sei quasi arrivata alla fine del libro. È buio. Sai che il tuo amico non giungerà mai. Non senti più il ticchettio delle lancette scandire il tempo. Alzi lo sguardo dal tuo libro. E la vedi: è ferma davanti a te, ti sorride. Anche la bambina ride. Ti avvicini per ringraziarla, perché ciò che ti ha donato è quanto di più grande vi sia nell’universo. Ti avvicini fino a sfiorarla. Ma appena provi a prenderle la mano t’accorgi che non potrai mai toccarla, perché non c’è più materia: è vestita di luce. Scevra dai legami con quel corpo che l’aveva condannata alla schiavitù. Non più donna, non più schiava, dea. Vorresti dissolverti nelle lacrime e fuggire via con lei, in quella dimensione senza gravità. Ma i suoi occhi ti esortano. È un monito:

- Scrivi!

Ilaria Palomba

Scheletri nudi danzano sulle rose del deserto